4 Macchine inutili in composizione libera

Quando l’occhio per la prima volta si muove curioso lungo le opere di Giordano Rizzardi, la mente immagina che l’artista possa pronunciare frasi che in realtà furono composte nel XIX secolo dalla scrittrice Mary Shelley, la cui mente partorì Frankenstein, la storia di uno scienziato visionario che insinuò il soffio vitale in un essere  ostruoso, il cui corpo non era altro che il minuzioso assemblaggio di pezzi di cadaveri, ma l’anima risultava un concentrato di candida sensibilità umana. “L’invenzione non è una creazione dal nulla, bensì dal caos” o “dopo giorni e notti di un lavoro e di una fatica incredibili, riuscii a scoprire la causa della generazione e della vita; anzi, di più ancora, divenni io stesso capace di dare animazione alla materia morta” sono frasi tratte dal romanzo pubblicato nel 1818 e sottotitolato Il moderno Prometeo, eppure pare che siano state proferite dall’artista veneto nell’atto di comporre le sue macchine inutili. Di certo i congegni elaborati da Rizzardi sono il risultato di un intelletto fecondo, ingegnoso, capace di immaginare una coscienza sagace, provocatoria e dilettevole in un gioco d’incastri che a prima vista non pare inutilizzabile. In una società che possiede un numero indecifrabile di dispositivi, utili per le più disparate attività e in grado di sostituire il potere conoscitivo della mente umana con la tecnosfera, un’intelligenza artificiale in perpetua evoluzione, l’uomo per assurdo tende a perdere il suo potere immaginifico. Ciò che è nato per offrire più indipendenza alla società, invero l’ha assoggettata rendendola oppressa e prigioniera dell’immediatezza propria  dell’iper-mediazione. Una tecnologia che fornisce servizi astratti, immateriali e intangibili contrasta inevitabilmente con gli apparecchi consistenti, pomposi ed elaborati proposti da Giordano, i quali però hanno una funzione quasi salvifica. È ovvio, non si può arrestare quest’ondata che oramai ha permeato ogni strato sociale, però va dominata attraverso quella libertà cerebrale ed emotiva che contraddistingue l’essere umano. Le macchine di Rizzardi non denunciano istantaneamente la loro inservibilità, pertanto l’osservatore in una prima fase le studia diligentemente, esamina le singole sezioni, prova a vagheggiare la loro interconnessione. Proprio in quest’ultimo grado analitico che implica l’uso dell’immaginazione, si cela il messaggio ultimo delle opere che commemorano ineluttabilmente le foto scattate ai macchinari industriali dell’Ottocento, quando la mente umana era lo strumento più fervido e brillante. La risposta finale dell’artista alla multimedialità e all’ipertecnologia riflette le parole di Corrado Augias: “Libri e computer sono strumenti neutri, sta a noi scovare quelli che fanno al caso nostro, scegliere quelli adatti agli interessi, al gusto, alle esigenze nostre. Soprattutto riempirli, libri e computer, di contenuti nostri”

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